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L’Economia del settimo tempo

Oikonomia /5. L'economia del settimo tempo

In questo settimo tempo che è ormai vicino, cesseranno l’apertura dei sigilli e la fatica di esporre i libri dell’Antico Testamento e sarà veramente concesso il riposo sabbatico al popolo di Dio. In quei giorni inoltre ci sarà giustizia e abbondanza di pace.
Gioacchino da Fiore, I sette sigilli

di Luigino Bruni pubblicato su Avvenire.it l'08/02/2020 

Banner iniziativa Economia di Francesco

Anche il movimento francescano ha il suo posto nella nascita dell’economia di mercato. Non sono pochi gli storici e gli economisti che indicano il poverello di Assisi come precursore dell’economia di mercato, persino del capitalismo. Francescana fu infatti la prima scuola di pensiero economico medioevale, e nel secondo Quattrocento i frati francescani fondarono i Monti di Pietà, istituzioni finanziarie senza scopo di lucro (sine merito), all’origine della tradizione della finanza popolare e sociale italiana ed europea. Un movimento spirituale nato dalla scelta di "madonna povertà" che diede vita a banche e trattati sulle monete ha da sempre generato sorpresa, insieme a molti equivoci. Infatti, come nel caso del monachesimo, anche il rapporto tra francescani ed economia è molto più complesso di come viene raccontato – e molto più interessante.

Francesco iniziò la sua rivoluzione, anche economica, scegliendo come sua forma di vita soltanto il Vangelo: soltanto, sta in questo avverbio limitativo la novità del francescanesimo. Noi non abbiamo più le categorie per comprendere cosa fosse la povertà di Francesco e poi di Chiara. Diversamente da quella dei monasteri, era una povertà individuale e una povertà comunitaria: non solo le persone, neanche i conventi dovevano possedere alcun bene. 

Come amava dire Ugo di Digne, il solo diritto che hanno i francescani è il diritto a nulla possedere, a vivere sine proprio. Da subito il dibattito, anche giuridico, prese la forma della distinzione tra proprietà dei beni e loro uso. I teologi e i giuristi francescani cercarono di convincere la Chiesa che fosse possibile vivere senza possedere alcun bene, neanche i beni necessari per nutrirsi: «Come il cavallo ha l’uso di fatto ma non la proprietà dell’avena che mangia, così il religioso ha il semplice uso di fatto del pane, del vino e delle vesti» (Bonagrazia da Bergamo). Per questo usarono strategie giuridiche estreme, come l’equiparazione dei frati ai minorenni, agli incapaci, ai pazzi furiosi, o l’estendere le eccezioni dello "stato di necessità" alla loro condizione ordinaria di vita.

Mentre il Medioevo cristiano seguiva l’etica economica moderata ereditata dal tardo Impero romano, Francesco, i suoi frati e le sue suore tentarono qualcosa di impensato che ci lascia ancora oggi senza fiato: tornarono lungo le strade, raccolsero l’eredità del primo nome dei cristiani, "quelli della via", da ricchi divennero mendicanti poveri in mezzo ai poveri. Francesco passò per la cruna non perché allargò l’orifizio dell’ago ma perché ridusse il "cammello", fino a renderlo sottilissimo. "Beati i poveri" divenne la loro felicità desiderata e bramata: «Oh ignota ricchezza! Oh ben ferace! Scalzasi Egidio, scalzasi Silvestro dietro a lo sposo, sì la sposa piace» (Paradiso, XI, 84). Solo Dante poteva racchiudere in un solo verso il paradiso di Francesco.

Il grande tentativo francescano di distinguere proprietà dei beni dal loro uso non ebbe successo. Nel 1322 papa Giovanni XXII rettificò la tesi del suo predecessore Niccolò III, e stabilì l’impossibilità del solo uso dei beni, e attribuì all’ordine la proprietà dei beni che usavano. L’utopia concreta dei francescani non entrò né nel diritto Chiesa romana né nell’eredità economico-giuridica dell’Occidente. Ma non è morta, perché continua a sfidare le nostre economie e i nostri sistemi giuridici.

La vicenda di Francesco interseca in più punti la storia teologica dell’Europa cristiana. Mentre in Assisi iniziava la sua oikonomia paradossale, nella Chiesa romana stava giungendo a una prima sintesi l’antico principio teologico dell’opus operatum (o ex opera operato). Di cosa si tratta? E perché è rilevante per il nostro discorso?

Riguarda il rapporto tra la dignità, l’onore e il merito dei sacerdoti e la validità dei loro atti e delle loro parole. Con l’inizio del secondo millennio la Chiesa decretò che non erano le condizioni soggettive degli uomini di Chiesa a determinare la validità dei loro atti, perché i meriti che davano loro efficacia non erano quelli del prete ma quelli di Cristo. Il sacramento ha una sua efficacia intrinseca (è la stessa opera a operare), che non viene inficiata dai peccati della persona che lo amministra, né aumentata dai suoi meriti – un proverbio che ripeteva mia nonna esprime cosa era entrato nel popolo di quella teologia: «Guarda quello che il prete dice, non quello che il prete fa». Un prete indegno resta prete, e le sue liturgie e i suoi sacramenti restano validi ed efficaci. Un dibattito che sarà poi reso celebre e molto rilevante da Lutero, e la teologia dell’opus operatum ribadita dal Concilio di Trento contro le critiche protestanti.

Il monachesimo delle origini e poi il francescanesimo non seguirono la strada dell’opus operatum. L’essere francescano è una forma di vita (quella del Vangelo), quindi la non conformità alla vita inficia la sostanza dell’essere frate. Un frate che non vive come Cristo non è un frate, né una suora è suora. I suoi atti e parole non sono separabili dalla sua vita. Certo, anche i frati possono essere indegni, sbagliano, peccano, sono incoerenti, ma i loro atti non sono protetti da nessuna teologia dell’opus operatum. Anche questa è altissima povertà.

È vero poi che anche la vocazione religiosa francescana (e degli altri carismi) ha una sua misteriosa oggettività che ricorda l’opus operatum (la vocazione non è una faccenda morale, ma ontologica); ma niente e nessuno garantisce ai frati l’efficacia oggettiva delle loro opere e parole. La santità della liturgia è vicaria, sostituisce quella della persona. Nessuno e niente può invece promettere che gli atti e le parole di fra Mauro sono efficaci per il fatto che si svolgono in una forma di vita, perché nessuna forma di vita è di per sé efficace ex opera operata – sta anche qui una spiegazione del perché questi movimenti, monachesimo e francescanesimo, nati laici si sono via via trasformati in comunità maschili composte quasi interamente da sacerdoti, perché l’opus operatum offre la speranza di una qualche base solida su cui fondare le proprie fragili parole e vita. La forma di vita dice se sono frate, ma non produce oggettivamente frutti francescani, e un francescano indegno non ha nella liturgia nessuna rete di protezione. I frati non sono preti, anche quando lo diventano; anche per questa ragione la vita consacrata femminile nella Chiesa cattolica è custode della forma della vocazione e della sua altissima povertà. Sta in questa paradossale forza e debolezza il mistero delle vocazioni, quella di Francesco e di tutte le altre, religiose e civili.

Ogni istituzione umana cerca, disperatamente, il suo opus operatum, perché desidera più di ogni altra cosa separare la validità oggettiva dei propri atti dalle qualità soggettive delle sue persone, perché sa che questa dipendenza la rende radicalmente vulnerabile. Tutti vorremmo ospedali efficaci indipendentemente dalle qualità di medici e infermieri, scuole che producano cultura ed educazione senza dipendere dall’impegno e competenza di maestri e professoresse, parlamenti che generassero leggi immuni dai vizi dei loro politici.
I carismi, però, non possono per loro natura raggiungere questo paradiso, sono drammaticamente dipendenti dalla qualità morale della loro gente. Sono mendicanti della fedeltà e dell’amore delle loro persone, da cui dipendono ogni giorno, ogni minuto. Una Messa può essere valida anche se in parrocchia non è rimasto nessun sacerdote degno, ma una comunità religiosa muore quando scompare l’ultima persona fedele alla sua forma di vita.

L'economia moderna ha trovato il suo opus operatum quando, con il capitalismo, ha separato le merci dalle intenzioni e dalle qualità morali dei suoi produttori. Lo aveva, profeticamente, intuito Marx con la sua teoria della "merce feticcio" e della "alienazione". Fino a tutto il Medioevo i prodotti del lavoro portavano impressa la firma, anche invisibile, del loro autore. La merce non era separabile da chi l’aveva prodotta, e dall’oggetto si poteva risalire al soggetto. Nel mondo medioevale era poi essenziale la convinzione che i prodotti dell’azione umana rispecchiassero le qualità morali di chi li aveva creati, la dimensione soggettiva delle cose era inseparabile dall’oggetto.

Con il capitalismo il prezzo e il valore della merce prescindono dalle condizioni oggettive di chi la produce (e consuma). Quel valore diventa ex opera operato, non dipende dalle condizioni soggettive dell’agente. Le caratteristiche morali della persona non hanno alcun effetto sul valore dei beni, al punto che anche giuridicamente abbiamo inventato la società anonima, una finzione per separare l’impresa dalle persone che la compongono e gestiscono. Nel valore di scambio delle merci non c’è più traccia di quelle persone «nascoste sotto l’involucro delle cose» (Il Capitale).
Questa spersonalizzazione è essenziale all’umanesimo del capitalismo perché altrimenti, se avesse tenuto le merci legate al suo fattore, non sarebbe nata la produzione di massa, né la riproduzione infinita delle cose per il loro consumo.

L'opus operatum del capitalismo si è molto intensificato in questi ultimi anni. Sono sempre più le procedure e i protocolli, non le caratteristiche delle persone, a determinare la qualità dei beni. Processi anonimi e spersonalizzati (per esempio: le certificazioni), che non dipendono dalle qualità soggettive etiche delle persone, ma dalla qualità oggettiva delle procedure. Anche il management sta diventando un insieme di tecniche e di strumenti che per essere perfetti devono dipendere il meno possibile dalle dimensioni soggettive delle persone – l’antica idea della magia o (oggi) della tecnica come media di salvezza, un’onda che sta toccando anche Chiese e comunità ideali.

Ma questo stesso capitalismo sta generando il superamento del suo opus operatum, e un paradossale riavvicinamento all’economia della forma di vita. Soprattutto in certi settori (il cibo o il turismo, ad esempio) non vogliamo più le merci slegate dalle persone: siamo tornati a cercare le persone nascoste dentro le cose. Vogliamo conoscere le storie dei contadini, degli imprenditori, dei cuochi, le loro intenzioni, per capire se sono davvero genuini e autentici, come se il linguaggio dei prodotti non ci bastasse più. E anche nel management si parla di carisma dei manager, e le anonime procedure stanno lasciando il posto al talento del leader, alla personalità e al genio delle persone. Nelle grandi crisi muoiono gli oggetti e torna forte la nostalgia dello sguardo delle donne e degli uomini.

I primi francescani (Pietro Olivi), riprendendo la profezia di Gioacchino da Fiore, credevano che l’ultimo tempo, il settimo, sarebbe stato quello dell’altissima povertà di Francesco, che per loro era il profeta del tempo ultimo. Con il terzo millennio siamo entrati nell’era dei beni comuni: se continuiamo a sentirci proprietari e padroni della terra, dell’atmosfera, degli oceani, riusciremo solo a distruggerli. Dobbiamo, presto, imparare a utilizzare i beni senza esserne padroni, dobbiamo velocemente apprendere l’arte dell’uso senza proprietà. L’arte di Francesco. E se fosse l’economia del sine proprio quella dell’era dei beni comuni? Sarà quella di Francesco l’oikonomia in grado di salvare noi stessi e la terra?

 

Fonte: Avvenire.it

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